La chimica analitica strumentale si sceglie in base al campione

Analisi chimica di campioni liquidi

Quando conviene scegliere la chimica analitica strumentale invece dell’analisi classica? Conviene quando concentrazione, interferenze, tipo di campione, accuratezza richiesta e volume di lavoro rendono utile misurare una proprietà fisica con uno strumento; gravimetria e titrimetria restano invece valide quando la reazione è selettiva e il risultato richiesto si può ottenere con una separazione o una misura di volume affidabile. La scelta parte quindi dal campione e dall’informazione cercata, non dall’età dell’apparecchiatura.

Un laboratorio riceve un campione anonimo, in quantità limitata, con composizione solo parzialmente conosciuta. Prima di indicare una tecnica deve chiarire sei punti: quale sostanza cercare, in quale concentrazione, dentro quale matrice, con quali possibili interferenti, con quale accuratezza e su quanti campioni. Finché queste risposte mancano, scegliere uno strumento significa anticipare la soluzione senza avere definito il problema.

Che cos’è la chimica analitica strumentale e quali domande vengono prima

La chimica analitica serve a identificare o determinare le sostanze presenti in un campione. La sostanza da misurare è l’analita; la matrice comprende tutto il resto del campione, mentre un interferente è una specie diversa dall’analita che fa aumentare o diminuire la risposta del metodo.

Nei metodi strumentali si misura una proprietà fisica collegata all’analita, per esempio la conducibilità, il potenziale elettrodico, l’assorbimento o l’emissione di luce, la fluorescenza oppure il rapporto tra massa e carica. Il segnale ottenuto deve poi essere collegato alla quantità o alla concentrazione cercata.

La dispensa “Metodi Analitici Strumentali” di Paolo Bollella, Università degli Studi di Bari, propone 6 domande per definire il problema analitico. Sono una checklist utile anche quando il laboratorio deve valutare una richiesta del reparto produttivo o di un cliente:

  • 1. Accuratezza e precisione: quanto deve essere vicino al valore corretto il risultato e quanto devono concordare misure ripetute?
  • 2. Quantità disponibile: il campione è abbondante oppure ogni prelievo ne consuma una parte rilevante?
  • 3. Intervallo di concentrazione: l’analita è un componente principale oppure è presente a livelli molto bassi?
  • 4. Interferenze: altre sostanze possono produrre un segnale simile, alterare la reazione o ridurre la risposta?
  • 5. Proprietà del campione: si tratta di una soluzione, di un gas o di un solido da esaminare direttamente o dopo trattamento?
  • 6. Numero di campioni: occorre eseguire una verifica occasionale oppure gestire una serie ripetitiva?

Le risposte sono collegate. Poco campione e una bassa concentrazione richiedono sensibilità adeguata, cioè la capacità di ottenere una variazione di segnale utile anche per piccole variazioni dell’analita. Molti interferenti richiedono invece selettività, ossia la capacità di distinguere ciò che interessa dalle altre sostanze presenti.

Quando gravimetria e titrimetria sono scelte adeguate

Nell’analisi gravimetrica il componente viene isolato, per esempio mediante una precipitazione selettiva, e determinato attraverso la pesata. Il percorso è comprensibile: si forma un composto collegato all’analita, lo si separa e se ne misura la massa. Può essere una scelta sensata quando l’analita è presente in quantità sufficiente, la separazione è selettiva e la matrice consente di ottenere un prodotto stabile e pesabile.

La gravimetria diventa meno adatta quando il campione è scarso, la concentrazione è molto bassa o altre specie precipitano insieme al composto cercato. In questi casi il punto critico non è la modernità della bilancia, ma la capacità di isolare davvero l’analita senza trascinare interferenti.

La titrimetria, detta anche analisi volumetrica, si basa sulla reazione selettiva tra un titolante, cioè una soluzione a concentrazione nota, e la sostanza da determinare. È utile quando la reazione è ben definita e il punto finale può essere riconosciuto in modo affidabile. Un caso tipico è il controllo di una soluzione nella quale il componente cercato reagisce in modo prevedibile con il reagente aggiunto.

Il vantaggio pratico dei metodi classici è che il legame tra reazione e risultato rimane diretto. Questo, però, non prova che siano automaticamente più robusti: separazioni incomplete, reazioni concorrenti e riconoscimento incerto del punto finale possono alterare il dato. Prima di adottarli bisogna verificare che la composizione del campione sia compatibile con il principio chimico utilizzato.

Quale tecnica strumentale risponde al segnale del campione

I metodi ottici misurano l’interazione tra materia e luce. Assorbimento, emissione e fluorescenza possono essere utili quando l’analita possiede una risposta distinguibile o può essere trasformato in una specie misurabile. La domanda operativa è se la matrice assorba, emetta o diffonda a sua volta, perché il segnale totale potrebbe non dipendere soltanto dalla sostanza cercata.

I metodi elettrochimici misurano proprietà come conducibilità e potenziale elettrodico. Sono adatti soprattutto quando l’informazione analitica può essere collegata al comportamento elettrico del campione. Anche qui la composizione conta: altre specie ioniche possono modificare la risposta e richiedere condizioni di misura controllate.

I metodi cromatografici separano i componenti prima della determinazione. Questa caratteristica è particolarmente utile per campioni che contengono più sostanze potenzialmente sovrapposte. La separazione aggiunge però passaggi da controllare: preparazione, introduzione del campione, riconoscimento del segnale e quantificazione devono funzionare come un unico metodo.

Il confronto pratico si può riassumere così. Se l’analita è presente in quantità pesabile e può essere isolato selettivamente, la gravimetria merita una verifica. Se esiste una reazione selettiva con un titolante, va valutata la titrimetria. Se serve distinguere un segnale ottico o elettrico, oppure separare più componenti, diventano pertinenti i metodi strumentali. Nessuna di queste condizioni assegna da sola il metodo: serve controllare anche campione disponibile, interferenze e qualità richiesta al risultato.

Preparazione del campione, concentrazione e calibrazione decidono l’affidabilità

Una soluzione acquosa, un gas e un solido non entrano necessariamente nello stesso percorso analitico. Alcuni metodi lavorano su soluzioni; altri sono più adatti a campioni gassosi o permettono l’analisi diretta di solidi. Sciogliere, diluire, filtrare o separare una parte del campione cambia ciò che arriva alla misura e deve quindi essere considerato nel metodo, non trattato come un’operazione accessoria.

Il livello atteso dell’analita orienta la sensibilità necessaria e l’intervallo di lavoro. Se il segnale del campione cade fuori dall’intervallo predisposto, il risultato non può essere ricavato correttamente per semplice estensione del calcolo. Quando la sostanza è vicina al livello più basso distinguibile dal metodo, bisogna inoltre chiarire se serve soltanto rilevarne la presenza oppure quantificarla con un’incertezza accettabile. Sono richieste diverse e possono condurre a tecniche differenti.

Per la quantificazione strumentale si possono usare curva di taratura, aggiunte standard o standard interno. Nella curva di taratura si preparano standard con quantità note di analita, si misurano i segnali, si costruisce la relazione tra risposta e concentrazione e si interpola il segnale del campione incognito.

Questa procedura richiede condizioni precise: gli standard devono comprendere il valore atteso del campione; serve una quantità adeguata di analita puro; inoltre bisogna disporre di una matrice confrontabile con quella del campione oppure verificare l’assenza di effetto matrice, cioè una variazione del segnale causata dagli altri componenti. La curva può sostenere molte analisi, ma la sua validità va controllata periodicamente con uno standard di riferimento.

Quando i campioni sono numerosi, può diventare conveniente dedicare più risorse allo sviluppo del metodo, alla calibrazione e alla strumentazione. Su una singola determinazione, invece, il lavoro necessario per preparare e controllare un metodo complesso può pesare più della misura stessa. Il costo reale va quindi valutato sull’intero flusso: preparazione, standard, controlli, trattamento dei segnali e gestione delle eventuali ripetizioni.

Domande e risposte

Quanto costa un’analisi chimica strumentale?

Il costo dipende dal tipo di campione, dalla preparazione richiesta, dalla tecnica, dal numero di analiti e dai controlli necessari. Per confrontare due offerte bisogna chiedere che cosa comprende il preventivo: trattamento del campione, calibrazione, repliche, controllo degli interferenti e relazione finale. Il nome dello strumento, da solo, non permette di valutare né il prezzo né la qualità del lavoro.

Si possono combinare analisi classica e strumentale?

Sì. Un metodo classico può essere usato per preparare o separare il componente, mentre una misura strumentale può completare la determinazione. Un secondo principio analitico può anche servire a controllare un risultato critico. La combinazione ha senso quando ogni passaggio risponde a un problema concreto del campione, non quando aggiunge prove senza chiarire quale decisione debbano sostenere.

Come si impara a scegliere un metodo analitico?

La formazione dovrebbe affiancare i principi chimici alla lettura di procedure reali e all’esame dei dati. Bisogna saper definire l’analita, riconoscere gli interferenti, valutare il tipo di campione e capire come nasce la calibrazione. Lo studio di uno strumento è utile, ma viene dopo la capacità di formulare correttamente il problema e di controllare l’intero percorso analitico.

Per una nuova richiesta, prepara una scheda con le sei domande iniziali e falla completare prima di scegliere la tecnica. Chiedi poi al laboratorio di indicare per iscritto preparazione del campione, intervallo di lavoro, possibili interferenze, procedura di calibrazione e controlli previsti. È su questi elementi che si giudica l’affidabilità del risultato, non sul solo modello dell’apparecchiatura.

Da leggere anche: Come scegliere i prodotti per la barba lunga in base a pelle, densità e crespo

Da leggere anche: Come affrontare chimica e bilanciamenti senza tentativi casuali?

Da leggere anche: Come si verifica un risultato di chimica computazionale?